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Coltivazione stupefacenti: quando è reato? Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24261/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per coltivazione stupefacenti. La detenzione di 60 piante, capaci di produrre 765 dosi, non può essere considerata per uso personale. La Corte ha ribadito che la non punibilità si applica solo a coltivazioni domestiche con tecniche rudimentali, un numero esiguo di piante e una produzione minima, condizioni non presenti nel caso di specie.

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Pubblicato il 28 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Coltivazione Stupefacenti: Quando è Reato? La Cassazione fissa i paletti

La coltivazione stupefacenti per uso personale è un tema che da anni anima il dibattito giuridico. La linea di confine tra una condotta penalmente irrilevante e un reato è spesso sottile e dipende da una serie di fattori concreti. Con la sentenza n. 24261 del 29 febbraio 2024, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sull’argomento, ribadendo i principi stabiliti dalle Sezioni Unite e chiarendo quando la coltivazione domestica supera la soglia della legalità.

I Fatti del Caso: Una Coltivazione Rilevante

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda un imputato condannato in primo e secondo grado per il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti, previsto dall’art. 73, comma 5, del DPR 309/90. Durante un controllo, erano state rinvenute presso la sua proprietà ben 60 piante di cannabis: 50 alte due metri e 10 alte un metro. Secondo le analisi, tale coltivazione era idonea a produrre un principio attivo sufficiente per la preparazione di 765 dosi.

L’imputato, tramite il suo difensore, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la coltivazione fosse destinata esclusivamente all’uso personale e domestico e che, pertanto, dovesse essere considerata penalmente irrilevante.

I Motivi del Ricorso: Uso Personale e Vizi di Motivazione

La difesa ha articolato il ricorso su tre motivi principali:
1. Irrilevanza penale del fatto: Si sosteneva che i giudici di merito avessero errato nel dare peso esclusivamente all’elemento ponderale (la quantità di piante e dosi ricavabili), senza considerare l’assenza di indici che provassero un inserimento nel mercato illegale. La coltivazione, secondo la difesa, era finalizzata unicamente al consumo personale.
2. Mancata applicazione della particolare tenuità del fatto: Veniva contestata la mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p., lamentando che la Corte d’Appello non avesse considerato la condotta, la personalità e le condizioni economiche dell’imputato.
3. Diniego delle attenuanti generiche e pena eccessiva: Infine, si criticava il diniego delle attenuanti generiche e l’applicazione di una pena ritenuta troppo severa, senza un’adeguata valutazione di tutte le circostanze oggettive e soggettive.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione: la Coltivazione Stupefacenti è Reato

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo tutte le argomentazioni della difesa. I giudici hanno chiarito in modo netto i criteri per distinguere una coltivazione lecita da una illecita, richiamando un’importante sentenza delle Sezioni Unite (n. 12348/2019).

Secondo la Corte, la coltivazione di stupefacenti non è punibile solo quando presenta cumulativamente le seguenti caratteristiche:
* Forma domestica: La coltivazione deve avvenire in un contesto casalingo.
* Tecniche rudimentali: Devono essere utilizzate tecniche di coltivazione basilari e non professionali.
* Scarso numero di piante: Il numero di piante deve essere minimo.
* Modestissimo quantitativo di prodotto: La quantità di principio attivo ricavabile deve essere molto limitata.

Nel caso di specie, la presenza di 60 piante e la capacità di produrre 765 dosi sono state considerate elementi che, di per sé, escludono in modo evidente la possibilità di qualificare la coltivazione come domestica e finalizzata all’esclusivo uso personale. L’elevato numero di piante è stato ritenuto un indice inequivocabile di una produzione non scarsa, superando così il limite della non punibilità.

Per quanto riguarda gli altri motivi, la Corte li ha ritenuti generici. La difesa si era limitata a enunciare principi (come la necessità di valutare le condizioni di vita o di adeguare la pena) senza indicare circostanze concrete e specifiche a supporto delle proprie richieste. La Cassazione ha ricordato che un ricorso, per essere ammissibile, deve essere specifico e non può limitarsi a critiche astratte. Inoltre, ha ribadito che, quando la pena è inferiore alla media edittale, non è richiesta una motivazione particolarmente dettagliata da parte del giudice, essendo sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza.

Conclusioni: I Criteri per la Non Punibilità della Coltivazione Domestica

Questa sentenza conferma un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. La non punibilità della coltivazione stupefacenti per uso personale non è una regola generale, ma un’eccezione che si applica solo in casi molto circoscritti. L’elemento quantitativo, sia in termini di numero di piante che di dosi ricavabili, assume un ruolo centrale. Una coltivazione di dimensioni significative, come quella del caso in esame, viene presuntivamente considerata non destinata al solo uso personale e, pertanto, penalmente rilevante. La decisione sottolinea l’importanza per la difesa di presentare motivi di ricorso specifici e dettagliati, poiché le affermazioni generiche non sono sufficienti a superare il vaglio di ammissibilità della Corte di Cassazione.

Quando la coltivazione di stupefacenti per uso personale non è considerata reato?
La coltivazione non è reato solo quando avviene in forma domestica, con tecniche rudimentali, con un numero molto scarso di piante e quando produce un quantitativo modestissimo di prodotto. Questi requisiti devono essere tutti presenti contemporaneamente.

Perché nel caso specifico la coltivazione è stata ritenuta un reato?
Perché il numero di piante (60, di cui 50 alte due metri) e la quantità di dosi ricavabili (765) sono stati considerati eccessivi e incompatibili con una destinazione esclusiva all’uso personale, superando i limiti della coltivazione domestica penalmente irrilevante.

Perché i motivi del ricorso sulle attenuanti generiche e sulla pena sono stati respinti?
Sono stati respinti perché giudicati generici e quindi inammissibili. La difesa si è limitata a richiamare principi di legge senza indicare circostanze concrete e specifiche che potessero giustificare la concessione delle attenuanti o una pena inferiore. Un ricorso in Cassazione deve essere fondato su motivi specifici e dettagliati.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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