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Animus necandi: la prova nel tentato omicidio

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro una misura cautelare per tentato omicidio. La sentenza sottolinea che la valutazione dell’animus necandi (l’intenzione di uccidere) deve basarsi su un’analisi complessiva del contesto e della dinamica conflittuale tra le parti, e non su singoli elementi di prova isolati, confermando così la logicità della decisione del tribunale del riesame.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Animus Necandi: La Prova dell’Intento Omicida Va Valutata nel Contesto Complessivo

La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 24530/2024, offre un importante chiarimento su come debba essere accertato l’animus necandi, ovvero l’intenzione di uccidere, nei casi di tentato omicidio. Secondo la Suprema Corte, la valutazione non può limitarsi a singoli frammenti di prova, ma deve considerare l’intera dinamica conflittuale che ha preceduto e caratterizzato il fatto. Questa decisione ribadisce la necessità di una visione d’insieme per qualificare correttamente la volontà dell’agente.

I Fatti del Caso: un Conflitto Esploso in Violenza

Il caso trae origine da un’ordinanza del Tribunale di Bari che confermava una misura cautelare per tentato omicidio aggravato nei confronti di un giovane. L’episodio contestato era l’esplosione di diversi colpi di arma da fuoco verso una persona, avvenuta nel pomeriggio del 1° luglio 2022. L’aggressore, secondo le ricostruzioni, si trovava a bordo di uno scooter.

Le prove raccolte si basavano su una pluralità di fonti:
* Le dichiarazioni della persona offesa.
* Il rinvenimento di due bossoli sul luogo del delitto.
* Le immagini delle telecamere di videosorveglianza.
* I contenuti di intercettazioni telefoniche e ambientali.

Queste ultime, in particolare, avevano rivelato l’esistenza di una forte animosità tra due gruppi contrapposti, culminata in una lite con scontro fisico avvenuta la sera precedente al fatto di sangue. Le conversazioni captate indicavano che la vittima avrebbe addirittura minacciato di morte l’indagato.

Il Ricorso in Cassazione e la Critica sull’Animus Necandi

La difesa dell’indagato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando specificamente la qualificazione giuridica del fatto come tentato omicidio. Il punto centrale della critica difensiva era la presunta incertezza delle prove riguardo all’animus necandi. Secondo il ricorrente, gli elementi a disposizione, in particolare brani di conversazioni tra terze persone, non erano sufficienti a dimostrare in modo inequivocabile la volontà di uccidere. Inoltre, si lamentava l’assenza di certezze sulla dinamica esatta dei fatti e sulla traiettoria dei colpi.

In sostanza, la difesa tentava di smontare l’impianto accusatorio attaccando singoli elementi probatori, ritenuti non conclusivi per affermare la presenza dell’intento omicida.

La Valutazione dell’Animus Necandi secondo la Suprema Corte

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la tesi difensiva, dichiarando il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza e genericità. I giudici hanno sottolineato come l’approccio della difesa fosse errato, in quanto tendeva a ‘enucleare’ dalla motivazione del provvedimento impugnato solo alcuni aspetti, senza confrontarsi con il ragionamento complessivo.

Il Tribunale del riesame, infatti, aveva logicamente dedotto l’animus necandi non solo dalla testimonianza della vittima, ma dall’intera dinamica del conflitto. L’aggressione armata del giorno successivo alla lite fisica è stata interpretata come la prosecuzione di uno scontro già in atto, motivata dalla volontà di colpire la vittima. La Suprema Corte ha ritenuto tale ragionamento né illogico né incompleto.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte ha specificato che la volontà omicida, quantomeno nella forma del dolo alternativo (accettazione del rischio di causare la morte o, in alternativa, lesioni gravi), non era stata desunta da un singolo elemento, ma da una serie di ‘elementi conoscitivi’ che, valutati nel loro insieme, fornivano un quadro indiziario solido. Il ricorso è stato giudicato generico proprio perché non si è confrontato con questa visione complessiva, limitandosi a una critica parziale e frammentaria che non poteva scalfire la coerenza logica della decisione impugnata.

Di conseguenza, la dichiarazione di inammissibilità ha comportato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della cassa delle ammende.

Conclusioni

Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale nell’accertamento dei reati gravi contro la persona: l’analisi del dolo non può essere un esercizio astratto o basato su prove isolate. Per comprendere la reale intenzione di un soggetto, è necessario calare l’azione nel suo contesto, analizzando i rapporti pregressi tra le parti, gli eventi antecedenti e la sequenza logica dei fatti. Una difesa che si limita a contestare singoli indizi senza offrire una lettura alternativa e coerente dell’intera vicenda ha, come dimostra questo caso, scarse probabilità di successo.

Come si valuta l’intenzione di uccidere (animus necandi) in un tentato omicidio?
Secondo la Corte, l’animus necandi non deve essere desunto da elementi isolati, ma da una valutazione complessiva e logica di tutte le prove, che includa l’analisi della dinamica del conflitto tra le parti e gli eventi antecedenti al fatto.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché manifestamente infondato e generico. La difesa ha criticato in modo parziale solo alcuni aspetti della motivazione del tribunale, senza confrontarsi con il ragionamento complessivo che legava logicamente l’aggressione a un conflitto preesistente.

Quali sono le conseguenze della dichiarazione di inammissibilità del ricorso?
La dichiarazione di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria, in questo caso determinata in tremila euro, a favore della cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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