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Amministratore prestanome: la Cassazione sulla colpa

La Corte di Cassazione conferma la responsabilità per bancarotta fraudolenta dell’amministratore prestanome, ritenendo sufficiente la consapevolezza generica delle attività illecite del gestore di fatto. Il ricorso dell’indagato, che sosteneva di essere un mero prestanome e che una pena accessoria gli impedisse di reiterare il reato, è stato rigettato. La Corte ha stabilito che la consapevolezza, provata da intercettazioni, integra il dolo e che la pena accessoria non ha eliminato il pericolo di recidiva.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Amministratore Prestanome: la Responsabilità Penale Non Si Evita

Con la sentenza n. 24376 del 2024, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi su una figura tanto diffusa quanto rischiosa: l’amministratore prestanome. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: accettare di fare da ‘testa di legno’ non esonera da gravi responsabilità penali, specialmente in caso di bancarotta. Anche una consapevolezza generica delle attività illecite compiute dal gestore di fatto è sufficiente per integrare il dolo.

I Fatti del Processo

Il caso riguarda un individuo, indagato per reati di bancarotta fraudolenta documentale, bancarotta per operazioni dolose e false comunicazioni sociali. Secondo l’accusa, egli avrebbe agito in qualità di amministratore di diritto e amministratore prestanome di diverse società, tutte dichiarate fallite. Nello specifico, gli veniva contestato di aver sottratto o distrutto le scritture contabili, causato il fallimento con operazioni illecite (come il sistematico mancato pagamento di tasse e contributi) e aver esposto nei bilanci dati non veritieri.

A seguito delle indagini, il Giudice per le Indagini Preliminari aveva disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari, confermata anche dal Tribunale del Riesame. L’indagato ha quindi proposto ricorso per cassazione, cercando di smontare il quadro accusatorio.

I Motivi del Ricorso: La Difesa dell’Amministratore Prestanome

La difesa dell’indagato si basava su due argomenti principali:

1. Mancanza di gravi indizi di colpevolezza: L’indagato sosteneva di essere un mero amministratore prestanome, senza alcun ruolo operativo. A suo dire, non avendo alcun potere decisionale, non avrebbe potuto causare dolosamente il dissesto delle società. Inoltre, faceva leva su una pena accessoria che gli era stata inflitta, la quale gli impediva di svolgere qualsiasi attività amministrativa, ritenendola una prova della sua estraneità ai fatti più recenti.
2. Assenza del pericolo di reiterazione del reato: Collegandosi al punto precedente, la difesa argomentava che la pena accessoria inibitoria gli avrebbe impedito di commettere in futuro reati dello stesso tipo. Aggiungeva, inoltre, che l’organizzazione criminale di cui avrebbe fatto parte era stata smantellata, eliminando così ogni occasione di recidiva.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendolo infondato e inammissibile. Le motivazioni della Corte sono chiare e offrono importanti spunti sulla responsabilità dell’amministratore prestanome.

Sulla Responsabilità Penale del Prestanome

La Corte ha smontato il primo motivo di ricorso richiamando la sua consolidata giurisprudenza. Per i reati fallimentari, per integrare il dolo dell’amministratore formale è sufficiente la generica consapevolezza delle attività illecite compiute dall’amministratore di fatto. Non è necessario che il prestanome conosca ogni singola operazione fraudolenta; basta che sia a conoscenza del quadro generale di illegalità in cui opera la società.

Nel caso specifico, i giudici di merito avevano evidenziato come dalle intercettazioni telefoniche emergesse chiaramente che l’indagato era pienamente consapevole della gestione illecita condotta dal coindagato (l’amministratore di fatto), inclusa la sottrazione dei libri contabili e l’omissione dei versamenti tributari. L’amministratore prestanome, quindi, non può invocare la propria passività come scusante quando è cosciente dell’illegalità.

Sulla Valutazione del Pericolo di Recidiva

Anche il secondo motivo è stato giudicato inammissibile. La Corte ha osservato che il Tribunale del Riesame aveva già correttamente motivato sul punto. In particolare, era emerso dagli atti che la semplice applicazione formale della pena accessoria non aveva impedito all’indagato di continuare a collaborare con l’amministratore di fatto nelle attività illecite. La misura inibitoria, di fatto, non aveva eliminato il concreto pericolo che l’indagato potesse reiterare condotte criminali.

Conclusioni

Questa sentenza conferma un messaggio cruciale: ricoprire la carica di amministratore prestanome non è un gioco privo di conseguenze. La legge impone a chiunque accetti una carica amministrativa un dovere di vigilanza e controllo. Chiudere gli occhi di fronte a una gestione palesemente illecita equivale ad accettarne il rischio e, di conseguenza, a risponderne penalmente. La consapevolezza, anche se generica, delle manovre fraudolente dell’amministratore di fatto è sufficiente a fondare una condanna per bancarotta. Questa decisione serve da monito per chiunque sia tentato di prestare il proprio nome per coprire le attività altrui.

Un amministratore prestanome è responsabile per i reati fallimentari commessi dalla società?
Sì, secondo la Corte di Cassazione, l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta se è fornita la prova della sua effettiva e concreta consapevolezza dello stato delle scritture contabili e della gestione illecita, tale da impedirgli di non sapere.

Cosa è necessario per dimostrare la colpevolezza dell’amministratore prestanome?
Non è richiesta la prova della conoscenza di ogni singola operazione illecita. È sufficiente ad integrare il dolo (l’intenzionalità) la generica consapevolezza, da parte dell’amministratore formale, delle attività illegali compiute dall’amministratore di fatto per conto della società.

Una pena accessoria che vieta di ricoprire cariche amministrative esclude automaticamente il pericolo di commettere nuovi reati?
No. La Corte ha stabilito che tale valutazione deve essere fatta in concreto. Nel caso di specie, è stato provato che l’indagato, nonostante il divieto, aveva continuato a prestare la propria collaborazione nelle attività illecite, dimostrando che il pericolo di reiterazione del reato era ancora attuale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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