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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito?

La Corte di Cassazione ha stabilito che la clausola di un accordo aziendale che esclude dal calcolo dell’orario di lavoro parte del tempo di viaggio dei tecnici per raggiungere il primo cliente è nulla. Secondo i giudici, tale clausola viola norme imperative di legge e viene automaticamente sostituita da queste ultime, senza invalidare l’intero accordo. La Corte d’Appello aveva erroneamente ritenuto la domanda inammissibile, temendo un’alterazione dell’equilibrio contrattuale, ma la Cassazione ha ribadito che il meccanismo della sostituzione automatica serve proprio a preservare il contratto, sanando la singola illegalità.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Tempo di viaggio come orario di lavoro: la Cassazione fa chiarezza

Il tempo di viaggio necessario a un lavoratore per recarsi dalla sede aziendale al primo luogo di intervento è da considerarsi orario di lavoro retribuito? A questa domanda, cruciale per molti lavoratori itineranti, ha dato una risposta netta la Corte di Cassazione con una recente ordinanza. La Suprema Corte ha affermato un principio fondamentale: le norme di legge sull’orario di lavoro sono imperative e non possono essere derogate da accordi collettivi che penalizzano il lavoratore. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Caso

La vicenda riguarda un gruppo di tecnici di una grande società di telecomunicazioni. Il loro lavoro quotidiano iniziava con il prelievo di un automezzo aziendale presso la sede, per poi recarsi sul territorio a svolgere interventi di manutenzione. Fino a una certa data, il tempo di viaggio dalla sede al primo cliente e dall’ultimo cliente alla sede era sempre stato considerato e retribuito come orario di lavoro.

Successivamente, un accordo collettivo aziendale ha modificato questa prassi. Il nuovo accordo stabiliva che l’orario di lavoro iniziasse solo all’arrivo presso il primo cliente e terminasse alla conclusione dell’ultimo intervento. Il tempo per gli spostamenti non veniva più retribuito, salvo per la parte eccedente i 30 minuti giornalieri. I lavoratori, ritenendo nulla questa clausola, si sono rivolti al Tribunale per ottenere il pagamento delle differenze retributive.

La Decisione della Corte d’Appello

Se in primo grado il Tribunale aveva dato ragione ai lavoratori, la Corte d’Appello ha ribaltato la decisione, dichiarando la domanda inammissibile. Secondo i giudici di secondo grado, annullare la singola clausola sul tempo di viaggio avrebbe alterato l’equilibrio complessivo dell’accordo sindacale (il cosiddetto ‘equilibrio sinallagmatico’), raggiunto con fatica dalle parti sociali. In pratica, la Corte d’Appello ha ritenuto che non si potesse toccare un singolo pezzo dell’accordo senza far crollare l’intera impalcatura negoziale.

L’Intervento della Cassazione e la corretta applicazione della nullità parziale

I lavoratori hanno impugnato la sentenza d’appello ricorrendo in Cassazione, che ha accolto pienamente le loro ragioni. La Suprema Corte ha censurato la decisione dei giudici di merito, chiarendo due principi cardine del nostro ordinamento civile:

1. La regola della Nullità Parziale (Art. 1419 c.c.): La nullità di una singola clausola non comporta la nullità dell’intero contratto, a meno che non risulti che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte. L’onere di provare questa ‘essenzialità’ della clausola spetta a chi vuole far cadere l’intero accordo. Nel caso di specie, l’azienda non aveva mai sostenuto la nullità totale dell’accordo, ma solo l’inammissibilità della domanda.

2. Il Meccanismo della Sostituzione Automatica (Art. 1339 c.c.): Quando una clausola contrattuale è contraria a norme imperative di legge, essa è nulla e viene automaticamente sostituita di diritto dalla norma violata. Questo meccanismo ha una funzione duplice: ristabilisce l’equilibrio secondo la volontà del legislatore e, soprattutto, assicura la conservazione del contratto. Impedisce al giudice di valutare se la clausola nulla fosse essenziale, perché la legge stessa provvede a ‘curare’ il contratto.

Le Motivazioni

La Corte di Cassazione ha spiegato che la clausola dell’accordo aziendale, limitando la retribuzione del tempo di viaggio, violava le norme imperative che definiscono l’orario di lavoro come qualsiasi periodo in cui il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro. Di conseguenza, tale clausola era da considerarsi nulla.

In virtù del meccanismo di sostituzione automatica, questa clausola illegittima viene semplicemente rimpiazzata dalla disposizione di legge, che impone di considerare quel tempo come lavorativo e retribuito. L’accordo aziendale, per il resto, rimane perfettamente valido. I giudici hanno inoltre sottolineato che l’autonomia della contrattazione collettiva, pur tutelata dalla Costituzione, non può spingersi fino a violare i principi fondamentali e le prescrizioni minime stabilite dalla legge a tutela del lavoratore, anche di derivazione europea.

Le Conclusioni

La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare il caso attenendosi ai principi enunciati. Questa decisione riafferma con forza un principio di civiltà giuridica: i diritti minimi dei lavoratori, come quello a una corretta definizione dell’orario di lavoro, non sono negoziabili. Gli accordi collettivi possono migliorare le tutele previste dalla legge, ma non possono mai peggiorarle. Il tempo impiegato da un lavoratore per spostarsi con un mezzo aziendale per recarsi sul luogo di lavoro indicato dal datore è, a tutti gli effetti, tempo a sua disposizione e deve essere retribuito.

Un accordo collettivo può escludere dal calcolo dell’orario di lavoro il tempo di viaggio dalla sede aziendale al primo cliente?
No. Secondo la Corte di Cassazione, una clausola di questo tipo è nulla perché viola le norme imperative di legge che definiscono l’orario di lavoro come ogni periodo in cui il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro. Tale tempo deve quindi essere considerato lavorativo e retribuito.

Se una clausola di un accordo collettivo è nulla, l’intero accordo diventa invalido?
No, non necessariamente. Il Codice Civile prevede il principio della nullità parziale. La clausola nulla viene eliminata e l’accordo rimane valido, a meno che la parte interessata non dimostri che quella clausola era essenziale per la conclusione dell’intero accordo. In questo caso, inoltre, opera la sostituzione automatica della clausola nulla con la norma di legge.

Cosa succede quando una clausola di un contratto viola una norma di legge inderogabile?
La clausola viene considerata nulla e si applica il meccanismo della ‘sostituzione automatica’. Ciò significa che la clausola illegittima viene automaticamente rimpiazzata dalla previsione di legge, senza bisogno di un’ulteriore negoziazione tra le parti o di una valutazione del giudice sull’equilibrio del contratto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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