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Danni da infiltrazioni: chi paga? La responsabilità

Un’attività commerciale subisce danni da infiltrazioni provenienti da un terrapieno sovrastante. Il proprietario di quest’ultimo invoca lo scolo naturale delle acque, ma la Cassazione respinge la sua tesi. La Corte Suprema chiarisce che la presenza di opere umane, come un terrapieno, esclude l’applicazione dell’art. 913 c.c. e configura una responsabilità per danni da infiltrazioni a carico del custode ai sensi dell’art. 2051 c.c., data la mancata impermeabilizzazione.

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Danni da infiltrazioni: chi paga? La responsabilità del proprietario del fondo superiore

I danni da infiltrazioni rappresentano una delle cause più frequenti di controversie tra vicini. Ma cosa succede quando l’acqua proviene da un terreno più elevato, come un giardino o un terrapieno? Si tratta di un evento naturale inevitabile o di una precisa responsabilità del proprietario? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa luce sulla distinzione cruciale tra scolo naturale e responsabilità da custodia, definendo chiaramente i confini degli obblighi del proprietario.

I fatti di causa: Infiltrazioni dal terrapieno al negozio sottostante

Il caso riguarda la proprietaria di un negozio di parrucchiera che aveva subito ingenti danni a causa di infiltrazioni d’acqua. Le infiltrazioni provenivano sia da un terrazzo che da un terrapieno situati a un livello superiore e di proprietà di un altro soggetto. Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’Appello avevano condannato il proprietario del fondo superiore a risarcire i danni, riconoscendo la sua responsabilità. Questi, non accettando la decisione, ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la responsabilità fosse da escludere in quanto le infiltrazioni derivavano da uno scolo ‘naturale’ delle acque.

I motivi del ricorso: Scolo naturale o mancata custodia?

Il ricorrente ha basato la sua difesa su tre argomenti principali:

1. Errata applicazione della legge: Sosteneva che i giudici avrebbero dovuto applicare l’articolo 913 del codice civile, relativo allo scolo naturale delle acque, e non l’articolo 2051 c.c., che disciplina la responsabilità per i danni causati da cose in custodia.
2. Nesso di causalità: Affermava che il suo terrapieno non era la causa diretta del danno, ma solo una mera occasione, attribuendo la colpa alla ‘naturale conformazione dei luoghi’ e all’imprudenza della negoziante.
3. Vizio procedurale: Contestava l’ammissibilità della richiesta di risarcimento della controparte, in quanto modificata nel corso del giudizio per includere i costi dei futuri lavori di impermeabilizzazione.

Le motivazioni della Corte di Cassazione: la responsabilità per i danni da infiltrazioni

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna e fornendo importanti chiarimenti sulla gestione dei danni da infiltrazioni.

L’Art. 913 c.c. non si applica in presenza di opere umane

Il primo e più importante punto chiarito dalla Corte è che la disciplina dello scolo naturale delle acque (art. 913 c.c.) opera esclusivamente quando il deflusso avviene in modo spontaneo, senza alcun intervento umano che alteri lo stato dei luoghi. La presenza di un giardino, un terrazzo o un terrapieno, essendo opere realizzate dall’uomo, esclude automaticamente l’applicazione di questa norma. Pertanto, il proprietario non può invocare la ‘naturalità’ dell’evento per esimersi da responsabilità.

La responsabilità oggettiva del custode ex art. 2051 c.c.

Di conseguenza, la Corte ha confermato che la fattispecie rientra pienamente nell’ambito dell’articolo 2051 c.c. Il proprietario di un bene (in questo caso, il terrapieno) è considerato suo ‘custode’ e ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per evitare che esso arrechi danno a terzi. Nel caso specifico, il danno è stato causato dalla mancata impermeabilizzazione dell’area di confine tra il terrapieno e il muro del negozio. Questa omissione integra una colpa nella custodia, che fonda l’obbligo di risarcimento.

La modifica della domanda in corso di causa è ammissibile

Infine, la Cassazione ha respinto anche il motivo procedurale. Richiamando consolidati principi espressi dalle Sezioni Unite, ha ribadito che una domanda giudiziale può essere modificata nel corso del processo, a condizione che la nuova richiesta rimanga connessa alla vicenda originaria. La richiesta di pagamento dei costi per i lavori di impermeabilizzazione, quantificati dal consulente tecnico, non è stata considerata una domanda nuova e inammissibile, ma un semplice e legittimo adeguamento della richiesta risarcitoria iniziale ai danni effettivamente accertati.

Conclusioni

Questa ordinanza consolida un principio fondamentale in materia di danni da infiltrazioni: il proprietario di un fondo superiore è responsabile dei danni causati al fondo inferiore se questi derivano da opere da lui realizzate (terrazzi, giardini, terrapieni) e non adeguatamente manutenute. Non è possibile nascondersi dietro la scusante dello ‘scolo naturale’ quando la configurazione dei luoghi è stata alterata dall’intervento umano. La decisione sottolinea l’importanza del dovere di custodia e manutenzione per prevenire danni a terzi, riaffermando la tutela del proprietario danneggiato.

Quando si applica la norma sullo scolo naturale delle acque (art. 913 c.c.)?
La norma si applica esclusivamente quando il deflusso delle acque avviene in modo completamente naturale, senza che l’intervento dell’uomo abbia alterato la configurazione del terreno. La presenza di opere come terrazzi o terrapieni esclude la sua applicabilità.

Il proprietario di un terrapieno è responsabile per i danni da infiltrazioni al vicino?
Sì, secondo la sentenza, il proprietario è responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. in qualità di custode del bene. È tenuto a risarcire i danni causati dalla mancata manutenzione, come l’omessa impermeabilizzazione, a meno che non provi che il danno è stato causato da un evento imprevedibile e inevitabile (caso fortuito).

È possibile modificare una richiesta di risarcimento danni durante il processo?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che è ammissibile modificare la domanda di risarcimento, ad esempio per specificare i costi necessari a eliminare la causa del danno, a patto che la nuova richiesta sia collegata alla stessa vicenda sostanziale e non pregiudichi il diritto di difesa della controparte.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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