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Clausola risolutiva espressa: la buona fede prevale

Un lavoratore, dopo aver stipulato una transazione con il datore di lavoro, ha tollerato un lieve ritardo nel pagamento di una rata, accettando le successive. Dopo essere stato licenziato per altre ragioni, ha tentato di invocare la clausola risolutiva espressa prevista nell’accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il comportamento del lavoratore costituiva una rinuncia tacita all’uso della clausola, in applicazione del principio di buona fede e correttezza contrattuale. Il licenziamento è stato inoltre ritenuto legittimo.

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Clausola Risolutiva Espressa: Quando la Tolleranza Annulla il Diritto

L’inserimento di una clausola risolutiva espressa in un contratto offre una tutela forte in caso di inadempimento. Tuttavia, il diritto di avvalersene non è incondizionato e può essere perso se il proprio comportamento successivo all’inadempimento è contrario al principio di buona fede. L’ordinanza della Corte di Cassazione che analizziamo oggi chiarisce proprio questo punto, dimostrando come la tolleranza verso un ritardo possa trasformarsi in una rinuncia tacita a far valere la clausola.

I Fatti del Caso

La vicenda nasce da un rapporto di lavoro e da un precedente contenzioso, conclusosi con un accordo transattivo. In base a tale accordo, il datore di lavoro si impegnava a versare al lavoratore una somma di denaro in diverse rate. L’accordo conteneva una clausola risolutiva espressa, che prevedeva la risoluzione del contratto in caso di mancato o ritardato pagamento anche di una sola rata.

Accade che il datore di lavoro paga una delle rate con un ritardo di soli otto giorni. Il lavoratore, tuttavia, non solleva alcuna contestazione, anzi, incassa la rata tardiva e tutte le successive fino al completo saldo del debito. Solo in un secondo momento, a seguito di un licenziamento per assenza ingiustificata, il lavoratore decide di impugnare la transazione, invocando proprio quella clausola risolutiva espressa per il ritardo di mesi prima.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello respingono le richieste del lavoratore, ritenendo il suo comportamento contrario a buona fede. Il caso giunge così dinanzi alla Corte di Cassazione.

L’Uso della Clausola Risolutiva Espressa e il Limite della Buona Fede

Il cuore della questione giuridica è se un creditore possa legittimamente avvalersi di una clausola risolutiva espressa dopo aver tenuto un comportamento che ha ingenerato nell’altra parte la convinzione di aver perdonato l’inadempimento. Il lavoratore sosteneva che la clausola gli desse il diritto automatico di risolvere il contratto, a prescindere dal suo comportamento successivo.

La Corte di Cassazione, però, ha seguito un ragionamento diverso, fondato sui principi cardine di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.). Questi principi impongono alle parti di un contratto di comportarsi in modo leale, tutelando l’affidamento reciproco.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha confermato le decisioni dei giudici di merito, rigettando il ricorso del lavoratore con motivazioni chiare e nette.

Le motivazioni

I giudici hanno stabilito che il comportamento del lavoratore ha costituito una rinuncia tacita ad avvalersi della clausola risolutiva espressa. Accettare il pagamento tardivo senza alcuna riserva e, soprattutto, continuare a ricevere le rate successive, ha creato nel datore di lavoro il legittimo affidamento che il ritardo fosse stato tollerato e che non avrebbe avuto conseguenze sulla validità dell’accordo.

Invocare la risoluzione solo dopo aver incassato l’intera somma e in concomitanza con un’altra controversia (il licenziamento) è stato giudicato un comportamento contrario a buona fede. Un diritto non può essere esercitato in modo sleale o per finalità diverse da quelle per cui è stato concesso. La Corte ha ribadito che la valutazione del comportamento delle parti, ai fini di individuare una rinuncia tacita, è un apprezzamento di fatto che spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato.

Inoltre, la Corte ha respinto anche il motivo relativo alla nullità del licenziamento, chiarendo che la contestazione disciplinare era stata legittimamente inviata all’indirizzo di residenza del lavoratore, come previsto dall’art. 1335 c.c., e che non vi era prova che il datore di lavoro fosse a conoscenza della sua assenza per ferie all’estero.

Le conclusioni

Questa ordinanza offre un importante insegnamento pratico: i diritti formalmente previsti da un contratto devono essere esercitati in coerenza con il principio di buona fede. La clausola risolutiva espressa è uno strumento potente, ma non può essere utilizzata in modo pretestuoso o contraddittorio rispetto alla propria condotta precedente. Tollerare un inadempimento senza sollevare obiezioni può essere interpretato come una rinuncia a far valere le conseguenze più gravi previste dal contratto, proteggendo così la stabilità dei rapporti giuridici e la lealtà tra le parti.

È possibile invocare una clausola risolutiva espressa in qualsiasi momento dopo un inadempimento?
No. Secondo la Corte, se la parte che ha diritto di avvalersene tiene un comportamento incompatibile con la volontà di risolvere il contratto (come tollerare il ritardo e accettare pagamenti successivi), può perdere tale diritto per rinuncia tacita e violazione del principio di buona fede.

Cosa significa “rinuncia tacita” a una clausola contrattuale?
Significa abbandonare implicitamente un diritto attraverso un comportamento concludente che manifesta in modo inequivocabile la volontà di non volersene più avvalere. Nel caso specifico, incassare le rate tardive e successive senza protestare è stato interpretato come una rinuncia al diritto di risolvere il contratto.

La mancata ricezione di una lettera di contestazione disciplinare perché si è in ferie la rende nulla?
No, non necessariamente. La legge (art. 1335 c.c.) presume la conoscenza degli atti una volta che questi giungono all’indirizzo del destinatario. Se il lavoratore non ha comunicato ufficialmente le ferie o un recapito alternativo e l’azienda invia la contestazione al suo indirizzo di residenza, la comunicazione è considerata valida.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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