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Canone aggiuntivo idroelettrico: legittima la pretesa

Una società energetica ha impugnato la delibera regionale che imponeva il pagamento di un canone aggiuntivo idroelettrico e la fornitura gratuita di energia per la prosecuzione temporanea dell’esercizio di impianti idroelettrici con concessione scaduta. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità di tali imposizioni. La Corte ha stabilito che il canone non è retroattivo, in quanto l’obbligo sorge dalla legge, e rappresenta il giusto corrispettivo per l’uso di beni pubblici. Anche la cessione gratuita di energia è stata ritenuta legittima, qualificata come prestazione patrimoniale imposta con finalità solidaristiche, conforme alla Costituzione.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Canone Aggiuntivo Idroelettrico: La Cassazione Conferma la Legittimità delle Imposizioni Regionali

Con una recente e significativa ordinanza, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha affrontato la delicata questione del canone aggiuntivo idroelettrico e dell’obbligo di fornitura gratuita di energia, imposti ai concessionari di grandi derivazioni idroelettriche le cui concessioni sono scadute. La pronuncia chiarisce importanti principi in materia di beni pubblici, prestazioni patrimoniali imposte e limiti del sindacato giurisdizionale, offrendo un punto fermo in un contenzioso di grande rilevanza economica e strategica per il settore energetico.

Il Fatto in Breve

Una società operante nel settore della produzione di energia idroelettrica, titolare di tre concessioni scadute da tempo, si vedeva autorizzata da un provvedimento regionale a proseguire temporaneamente l’attività. Tuttavia, tale autorizzazione era subordinata a due condizioni principali: il versamento di un “canone aggiuntivo” e la fornitura gratuita alla Regione di una determinata quota di energia.
Ritenendo tali imposizioni illegittime, la società ha impugnato la delibera regionale dinanzi al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (T.S.A.P.), il quale ha però respinto il ricorso. La vicenda è quindi approdata dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha esaminato i cinque motivi di ricorso presentati dalla società.

La Decisione della Corte di Cassazione

Le Sezioni Unite hanno rigettato integralmente il ricorso della società, confermando la piena legittimità dei provvedimenti regionali. La Corte ha smontato una per una le censure mosse dalla ricorrente, ribadendo principi consolidati e fornendo chiarimenti cruciali sulla natura e la funzione delle imposizioni contestate.

Legittimità del canone aggiuntivo idroelettrico e il principio di irretroattività

Uno dei punti centrali del ricorso riguardava la presunta applicazione retroattiva del canone aggiuntivo. La società lamentava che la delibera regionale del 2020 avesse imposto il pagamento a partire dal 2011. La Corte ha respinto questa tesi, chiarendo un punto fondamentale: l’obbligo di pagamento del canone aggiuntivo idroelettrico non è sorto con la delibera del 2020, ma direttamente da una legge regionale del 2010.
La delibera successiva ha avuto il solo compito di quantificare l’importo e di rendere esigibile un’obbligazione già esistente nella sua fonte normativa. Pertanto, non si può parlare di un’illegittima applicazione retroattiva di un atto amministrativo, ma della corretta attuazione di una previsione di legge.

La natura corrispettiva del canone aggiuntivo idroelettrico

La Corte ha ribadito che il canone aggiuntivo trova la sua giustificazione nella natura di corrispettivo per la continuata fruizione di beni pubblici. Le cosiddette “opere bagnate” (dighe, condotte, etc.) sono per legge acquisite al patrimonio pubblico al termine della concessione. Di conseguenza, la prosecuzione dell’attività da parte dell’ex concessionario costituisce un utilizzo di beni non più propri, per il quale è legittimo e ragionevole prevedere un compenso a favore della collettività, rappresentata dall’ente pubblico.

La Cessione Gratuita di Energia: una prestazione patrimoniale imposta

Anche l’obbligo di fornire gratuitamente una quota di energia è stato ritenuto legittimo. La Cassazione lo ha qualificato come una “prestazione patrimoniale imposta” ai sensi dell’art. 23 della Costituzione. Tale misura non ha uno scopo indennitario legato all’uso della risorsa idrica, ma persegue finalità solidaristiche e perequative generali. È uno strumento per redistribuire parte dei benefici derivanti dallo sfruttamento di un bene pubblico limitato, come l’acqua, a vantaggio della collettività.
La Corte ha inoltre specificato che il metodo di calcolo, basato sulla potenza nominale media dell’impianto e non sulla produzione effettiva, è un parametro convenzionale previsto dalla legge a livello nazionale e non risulta né arbitrario né irragionevole.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su un’attenta distinzione tra la fonte dell’obbligo (la legge regionale) e l’atto che ne determina l’applicazione concreta (la delibera della Giunta). L’obbligo di pagare il canone aggiuntivo nasce con la legge che ha introdotto l’art. 53-bis nella normativa regionale, ben prima della delibera impugnata. Quest’ultima si è limitata a definire il quantum, realizzando la condizione di esigibilità di una prestazione già prevista. La Corte ha sottolineato come la prosecuzione dell’esercizio degli impianti, dopo la scadenza della concessione, costituisca il fatto costitutivo del credito, giustificando la richiesta di un corrispettivo sinallagmatico. Per quanto riguarda la cessione gratuita di energia, la sua qualificazione come prestazione patrimoniale imposta ex art. 23 Cost. la sottrae a una logica puramente contrattuale, giustificandola sulla base di superiori interessi pubblici di solidarietà, specialmente in relazione all’utilizzo di una risorsa demaniale limitata. La Corte ha inoltre respinto le censure di discriminazione, evidenziando che la situazione dei produttori idroelettrici non è comparabile a quella di chi utilizza altre fonti rinnovabili, proprio in virtù dello sfruttamento di un bene demaniale. Infine, il rigetto delle censure procedurali si basa sul corretto esercizio del sindacato di legittimità da parte del T.S.A.P., che ha valutato la ragionevolezza delle scelte amministrative senza invadere la sfera del merito.

Le Conclusioni

L’ordinanza delle Sezioni Unite consolida un importante orientamento giurisprudenziale con significative implicazioni pratiche. Viene confermato che gli operatori del settore idroelettrico, in regime di prosecuzione temporanea, sono tenuti a corrispondere un canone aggiuntivo che remuneri la collettività per l’utilizzo di beni ormai pubblici. Inoltre, la pronuncia legittima in modo definitivo l’obbligo di cessione gratuita di energia come strumento di perequazione e solidarietà, conforme ai principi costituzionali. La decisione rafforza la potestà delle Regioni nel governare la transizione tra concessioni scadute e nuove assegnazioni, assicurando che lo sfruttamento di preziose risorse pubbliche generi un beneficio equo per l’intera comunità.

È legittimo imporre un canone aggiuntivo idroelettrico con effetto retroattivo tramite un atto amministrativo?
No, non si tratta di un’imposizione retroattiva. La Corte ha chiarito che l’obbligo di pagamento del canone sorge da una legge regionale preesistente. L’atto amministrativo successivo si limita a quantificare l’importo e a renderlo esigibile, non a istituire l’obbligo ex novo.

La fornitura gratuita di energia imposta a un concessionario idroelettrico è una misura legittima?
Sì, è legittima. Secondo la Corte, si tratta di una “prestazione patrimoniale imposta” ai sensi dell’art. 23 della Costituzione, caratterizzata da finalità solidaristiche e perequative. Non è un corrispettivo per l’uso dell’acqua, ma una misura per redistribuire i benefici derivanti dallo sfruttamento di un bene pubblico limitato.

Il giudice amministrativo può sindacare nel merito la congruità economica di un canone imposto dalla Pubblica Amministrazione?
No. Il sindacato del giudice amministrativo, in questi casi, è limitato alla legittimità dell’atto. Esso può verificare la ragionevolezza, la proporzionalità e la non arbitrarietà dei criteri adottati dall’amministrazione, ma non può sostituire la propria valutazione a quella dell’ente pubblico, sconfinando in un esame di merito sulla congruità dell’importo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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