Condanna al rimborso delle spese legali, IVA dovuta, condizioni

La condanna al pagamento dell’IVA in aggiunta ad una data somma dovuta dal soccombente per rimborso delle spese legali deve intendersi in ogni caso sottoposta alla condizione della effettiva doverosità di tale prestazione aggiuntiva.

Secondo la giurisprudenza della Cassazione (Cass. civ., Sez. Ili, 7.2.2006, n. 2529) “la condanna al pagamento dell’IVA in aggiunta ad una data somma dovuta dal soccombente per rimborso di diritti e di onorari deve intendersi in ogni caso sottoposta alla condizione della effettiva doverosità di tale prestazione aggiuntiva (ovvero “se dovuta”)” e, ancora, “la circostanza che la parte vittoriosa, per la propria qualità personale, possa portare in detrazione la somma al detto titolo dovuta al proprio difensore rileva in sede di esecuzione, posto che la condanna al pagamento dell’IVA in aggiunta ad una data somma dovuta al soccombente per rimborso dei diritti e onorari deve intendersi in ogni caso sottoposta alla condizione della effettiva doverosità di tale prestazione aggiuntiva” (Cass. civ., Sez. III, 22.3.2007, n. 6974), “con la conseguente possibilità, per la parte soccombente, di esercitare la facoltà di contestare sul punto il titolo esecutivo con opposizione a precetto o all’esecuzione, al fine di far valere eventuali circostanze che, secondo le previsioni del D.P.R. n. 633 del 1972, possano escludere, nei singoli casi, la concreta rivalsa o, comunque, l’esigibilità dell’IVA” (ancora Cass. civ., Sez. III, 22.5.2007, n. 11877, confermato anche dalla successiva pronuncia n. 7806/2010).

In sintesi, secondo l’orientamento della Cassazione sopra riportato, laddove il beneficiario della prestazione professionale sia un soggetto titolare di partita IVA – per il quale, perciò, la prestazione professionale non è un “costo”, ma una mera “partita di giro” – la propria qualità personale gli consentirà di portare in detrazione la somma relativa all’IVA e la stessa non potrà essere addebitabile al debitore.

In conclusione, laddove il giudice dell’opposizione all’esecuzione ritenesse che la corretta interpretazione del titolo esecutivo giudiziale comporti la riduzione della pretesa azionata dal creditore, non pronuncerà una sentenza di condanna del debitore al pagamento della minor somma così determinata, ma accerterà quale sia l’esatto ambito oggettivo e soggettivo del suddetto titolo, configurandosi, per l’appunto, siffatto giudizio come causa di accertamento negativo, totale o parziale, dell’azione esercitata (Cassazione Civile, Sez. III, 24 aprile 2008, n. 10676).

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