Resistenza a Pubblico Ufficiale, scriminante

La Corte Costituzionale con la sentenza (interpretativa di rigetto) 140/98, nel dichiarare conforme a Costituzione la applicabilità della esimente ex art. 599 comma II cp anche al delitto di oltraggio, ha esplicitamente qualificato “causa di giustificazione” quella prevista dall’art. 4 d.lgt. 288/44. E’ evidente, in altri termini, che il legislatore, nel legittimare la resistenza ad atti arbitrari, non ha potuto immaginare una reazione, per così dire, meramente “platonica”, atteso che, se ha ritenuto possibile che la vittima di una condotta arbitraria potesse vim vi repellere, deve necessariamente, e in ossequio al principio di non contraddizione, aver accettato che la condotta relativa, consistendo in una violenza fisica, cagionasse (potesse cagionare) danni al Pubblico Ufficiale. D’altronde, la violenza è elemento costitutivo del delitto ex art. 337 c.p., vale a dire di quella condotta che, ricorrendo i presupposti ex. art. 4 d.lgt. 288/44, si vuole priva di conseguenze penali; cosicché, diversamente opinando, si dovrebbe giungere alla conclusione che l’ordinamento ha, allo stesso tempo, consentito e vietato il medesimo comportamento dell’agente. Naturalmente, trattandosi di una vera e propria causa di giustificazione, è necessario che la reazione all’atto arbitrario, per essere scriminata, sia proporzionata alla condotta, ingiustamente aggressiva del Pubblico Ufficiale. Va da sé, infine, che non sussistendo il reato-fine (per la non antigiuridicità della condotta), non può neanche sussistere il nesso teleologico con il reato mezzo. Conclusivamente: la ricorrenza dei presupposti di cui al ricordato art. 4, rendendo legittima la condotta di resistenza, impedisce di ritenere sussistente l’aggravante e rende improcedibile di ufficio il delitto di lesioni. Cassazione Penale, Quinta Sezione, Sentenza n. 38952 del 27 ottobre 2006 – depositata il 24 novembre 2006